I malware infostealer rubano le sessioni attive per accedere agli account AI aziendali. L'autenticazione a più fattori non basta a bloccare questi attacchi.
Il 9 settembre 2026, un'analisi congiunta condotta da Okta e dal Threat Intelligence Group di Google ha documentato un forte aumento degli attacchi informatici mirati agli account aziendali di intelligenza artificiale. I criminali informatici utilizzano malware per estrarre le chiavi di accesso direttamente dai browser dei computer compromessi. Ricaricando questi dati, gli aggressori ottengono l'accesso diretto a piattaforme come OpenAI, Anthropic o Google Gemini, aggirando completamente sia l'inserimento della password sia l'autenticazione a più fattori (MFA).
Come funziona il furto delle sessioni AI
Quando un utente accede a un servizio web, il sistema rilascia un certificato temporaneo, noto come token di sessione, che permette di navigare senza dover reinserire le credenziali a ogni clic. I malware della famiglia infostealer, tra cui varianti note come Lumma Stealer e Vidar, sono progettati per ispezionare gli archivi locali del browser e rubare questi certificati.
I ricercatori di Okta hanno analizzato un archivio di 7 GB pubblicato su canali Telegram clandestini il 2 agosto 2026. I dati provenivano da 5.871 computer infetti distribuiti in 162 Paesi. All'interno di questo archivio sono stati identificati 44.791 token univoci, di cui 555 legati specificamente a servizi di intelligenza artificiale, e 2.937 strutture crittografate utilizzate da piattaforme come OpenAI. Al momento del rilascio dei dati, 1.843 di questi certificati risultavano ancora validi e riutilizzabili dagli aggressori. L'azienda TruffleHog ha inoltre individuato 24 chiavi API aziendali ancora pienamente operative.
Per sfruttare un token AI infostealer senza far scattare gli allarmi difensivi, i criminali utilizzano browser anti-rilevamento come Camoufox o strumenti di automazione abbinati a reti proxy. Questo approccio maschera la reale posizione geografica dell'attaccante, facendo credere al sistema che la richiesta provenga dal computer del dipendente legittimo. Questo specifico fenomeno di dirottamento delle risorse di intelligenza artificiale è stato denominato "LLMjacking".
I limiti dell'MFA e i rischi per le aziende
Il dato più critico emerso dall'analisi riguarda l'inefficacia delle difese tradizionali. L'autenticazione a più fattori è uno strumento essenziale per proteggere la fase iniziale di accesso, ma non ha alcun potere contro il furto di una sessione già autorizzata. Se il malware ruba un certificato già validato, l'aggressore entra nel sistema eludendo l'MFA.
Questa vulnerabilità espone le aziende a due categorie di rischio. Il primo è di natura economica. Molti strumenti di intelligenza artificiale, come Claude Opus o Cursor Pro, operano con modelli di fatturazione a consumo o tramite chiavi API collegate alle carte di credito aziendali. L'abuso di queste risorse da parte di terzi per elaborare grandi moli di dati comporta l'addebito improvviso di costi di calcolo estremamente elevati. I token rubati vengono spesso rivenduti su forum clandestini proprio per questo scopo.
Il secondo rischio riguarda la riservatezza dei dati e le violazioni normative in ambito GDPR. L'analisi di Okta ha rilevato che il 17,7% dei certificati rubati conteneva dati personali in chiaro, tra cui nomi, numeri di telefono e indirizzi e-mail. Inoltre, l'accesso non autorizzato a piattaforme come OpenAI, Notion, Gamma o Amazon permette agli intrusi di leggere la cronologia delle richieste, scaricare progetti di codice sorgente e analizzare documenti riservati caricati dai dipendenti per l'elaborazione.
Le contromisure tecniche e operative
Per proteggere le risorse aziendali e limitare l'efficacia dei malware infostealer, i responsabili IT devono aggiornare le configurazioni di sicurezza dei servizi cloud utilizzati dal personale.
Ridurre la durata delle sessioni È necessario configurare scadenze brevi per i collegamenti attivi e per i flussi di autorizzazione dei servizi aziendali. Una sessione che scade rapidamente riduce la finestra temporale in cui un certificato rubato può essere sfruttato da un attaccante.
Impostare vincoli per le API Le chiavi API aziendali devono essere protette definendo tetti di spesa mensili rigorosi. È fondamentale restringere i permessi di ogni chiave al minimo indispensabile per il suo funzionamento e revocare immediatamente quelle non utilizzate.
Applicare restrizioni di rete L'accesso ai pannelli amministrativi e l'utilizzo delle API devono essere limitati a indirizzi IP statici e sicuri. Configurare i sistemi per accettare richieste solo dalla rete della sede centrale o dalla VPN aziendale blocca i tentativi di utilizzo dei certificati da reti esterne.
Adottare il vincolo crittografico Occorre verificare l'adozione di browser e sistemi che supportano il vincolo della sessione al dispositivo fisico. Standard come le credenziali DBSC (Device Bound Session Credentials), attualmente supportate da Google Chrome, impediscono che un certificato copiato su un altro computer possa funzionare.
Gestire le compromissioni In caso di sospetta infezione su un computer aziendale, la procedura di risposta deve prevedere la disconnessione forzata da tutti i dispositivi. Subito dopo, è obbligatorio rigenerare le password, le chiavi API e tutti i certificati di accesso associati all'utente colpito.
Verificate con i responsabili dell'infrastruttura IT i limiti di spesa e le configurazioni di accesso attualmente attive sui vostri servizi di intelligenza artificiale.